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Estratti da Notizie in... Controluce |
“..ma davvero esiste la probabilità?
e cosa mai sarebbe? Io risponderei che non esiste.”
di Luca Nicotra
anno XIII numero 6 - giugno 2004
anno XIII numero 8 - agosto 2004
anno XIII numero 9 - settembre 2004
anno XIII numero 11 - novembre 2004
anno XIII numero 12 - dicembre 2004
anno XIV numero 1 - gennaio 2005
anno XIV numero 2 - febbraio 2005
La probabilità, questa sconosciuta: finzione e realtà.
Se
a una persona di media cultura, ma non matematico, si chiedesse che
cosa intende per probabilità, “probabilmente” risponderebbe con un’espressione
del tipo: “E’ la fiducia (speranza o timore) che noi riponiamo
nell’avverarsi di un evento”. Anche la risposta alla nostra domanda
non è reputata certa, bensì affetta da un’indeterminabile dose d’incertezza,
che esprimiamo con il termine “probabilmente”.
Quando
abbiamo dubbi sul significato di un termine di uso generale, tutti
noi ricorriamo ad un vocabolario della lingua italiana. Ebbene, se
consultiamo il classico vocabolario della lingua italiana dello Zingarelli,
alla voce “probabilità” leggiamo: “1- Condizione, carattere di
ciò che è probabile; 2- La misura in cui si giudica che un avvenimento
sia realizzabile o probabile.” E poiché in entrambe le definizioni
si rimanda all’aggettivo "probabile", leggiamo che cosa
dice lo Zingarelli a tal proposito: “Degno di approvazione;
verosimile; che si può approvare; da provare; credibile, ammissibile
in base ad argomenti abbastanza sicuri”.
Certamente un vocabolario linguistico contiene soprattutto termini
del linguaggio ordinario e soltanto alcuni dei numerosi termini oggi
appartenenti, più propriamente, a gerghi tecnici, perché denotanti
concetti di pertinenza di specifiche branche del sapere. Il concetto
di probabilità è uno di questi, ma a differenza di molti altri prettamente
tecnici, esso, prima ancora di divenire oggetto d’indagine scientifica
circa trecentocinquanta anni fa, è stato utilizzato, forse da sempre,
da tutti gli uomini, e tutt’oggi, nella sua forma intuitiva e vaga,
fa parte della vita quotidiana dell’uomo, perché esprime forme incerte
di conoscenza (è probabile che domani piova, probabilmente otterrò
una promozione sul lavoro, eccetera) che riguardano la maggior parte
degli eventi della nostra vita. Incertezza significa difetto e non
totale assenza di certezza, e quindi induce sempre in noi, più o meno
consapevolmente, l’attribuzione di “un grado di fiducia” al verificarsi
di un evento. La probabilità, dunque, fa parte del patrimonio culturale
di tutti, e non solo dei matematici [1] .
I primissimi tentativi di formalizzazione matematica della probabilità
hanno inizio nel Rinascimento per opera del matematico, fisico, medico
ed astrologo Gerolamo Cardano (1501-1576) che, perdendo sistematicamente
nel gioco dei dadi, intraprese per primo lo studio matematico della
probabilità, scrivendo nel 1526 il De ludo aleae (Il gioco dei
dadi), in cui sono contenuti due importanti teoremi del futuro
Calcolo della Probabilità: la probabilità dell’evento prodotto logico
(A e B) di due eventi semplici A, B e una anticipazione della legge
dei grandi numeri. Tuttavia, i suoi studi caddero nell’oblio e il
De ludo aleae fu pubblicato postumo nel 1663. Anche Galileo Galilei,
nella sua opera Sopra le scoperte dei dadi (1630), si occupò
di probabilità, stimolato da quesiti postigli da nobili fiorentini
appassionati del gioco della “zara” (un gioco con tre dadi) del tipo:
perché escono con maggiore frequenza il 10 e l’11 rispetto al 9 o
al 12? Analoghi quesiti sulle scommesse al gioco dei dadi furono
posti nel 1654 dal nobile francese Antoine Gombaud, Chevalier de Mérè,
all’amico Blaise Pascal, filosofo e sommo matematico dilettante. Uno
di questi era: un giocatore, gettando otto volte un dado, deve tentare
di far uscire il numero uno; dopo tre tentativi infruttuosi, ciascuno
costituito da una serie di otto lanci, il giocatore rinuncia a proseguire:
in che misura egli ha diritto alla posta pattuita? Un altro era: è
conveniente scommettere alla pari l’uscita di un 12, lanciando due
dadi per 24 volte?, che altro non significa che reputare del 50% la
probabilità che lanciando per ventiquattro volte due dadi assieme
esca almeno una volta il numero 12. Ne seguì un carteggio fra Blaise
Pascal e Pierre de Fermat, magistrato e anch’egli geniale matematico
dilettante, che spesso, a torto, considerando le precedenti ricerche
di Cardano e di Galilei, è considerato l’atto di nascita della Teoria
o Calcolo della Probabilità, vale a dire di quella branca della matematica
che si propone di dare una definizione di probabilità per eventi semplici,
tale da consentire di attribuire ad essa un valore numerico e stabilire
la probabilità di un evento complesso, in funzione delle probabilità
degli eventi semplici componenti. In verità oggi, più propriamente,
si distingue il Calcolo della Probabilità, che studia in modo rigoroso
le relazioni fra le probabilità degli eventi composti e quelle degli
eventi semplici componenti, dai metodi per l’attribuzione della probabilità
agli eventi semplici, che, come vedremo fra poco, possono essere molto
diversi fra loro e sono sempre un’assunzione da parte del matematico.
In altri termini, mentre possono variare le definizioni “operative”
di probabilità degli eventi semplici, le “regole” per il calcolo della
probabilità degli eventi composti a partire dalle probabilità degli
eventi semplici componenti sono le medesime e possono essere stabilite
in modo matematicamente rigoroso. Abbiamo usato il termine evento,
senza chiederci qual è il suo significato. La risposta può variare
secondo il tipo di definizione di probabilità che, come vedremo poco
oltre, può essere di quattro tipi: classica, frequentista, assiomatica,
soggettiva. Senza entrare nelle discussioni delle diverse accezioni
di tale termine nelle quattro scuole di pensiero appena citate, possiamo
appellarci al concetto intuitivo, anche se vago, che ognuno di noi
ha del termine “evento”: risultato di una prova, qualsiasi affermazione
della quale sia verificabile il contenuto di verità, un fatto univoco
e ben descrivibile. Un evento “semplice” non è scindibile (almeno
per il nostro punto di vista) in altri eventi componenti. Viceversa,
un evento “complesso” è un evento che può essere considerato formato
da più eventi semplici. Il lancio di un solo dado dà luogo all’evento
semplice “caduta del dado su una faccia”; il lancio contemporaneo
di due dadi dà luogo all’evento composto, formato dai due eventi semplici
e indipendenti “caduta di ciascun dado su una faccia”.
Christian Huygens, il fondatore della teoria ondulatoria della luce,
nel 1657 nella sua opera De ratiociniis in ludo aleae (Sui ragionamenti
nel giuoco dei dadi) ripropose in maniera più sistematica il
contenuto del carteggio fra Pascal e Fermat, dando anche una risposta
al quesito di Gombaud, non risolto da Pascal, di quale fosse la cifra
equa da pagare a un giocatore per subentrargli in una data puntata.
Il primo vero trattato sulla nuova scienza, però, sarà pubblicato
soltanto nel 1713 con il titolo Ars conjectandi (figura 1)
dal grande matematico Jacques (o Jacob) Bernoulli, appartenente alla
celebre “dinastia” di matematici dei Bernoulli, che così scriveva:
“Noi definiamo l’arte di congetturare, o stocastica, come quella
di valutare il più esattamente possibile le probabilità delle cose,
affinché sia sempre possibile, nei nostri giudizi e nelle nostre azioni,
orientarci su quella che risulta la scelta migliore, più appropriata,
più sicura, più prudente; il che costituisce il solo oggetto della
saggezza del filosofo e della prudenza del politico”. La
nozione di probabilità, nata nell’ambito delle scommesse ai giochi
d’azzardo, per opera del fisico scozzese James Clerk Maxwell, intorno
alla metà del secolo XIX, cominciò a entrare nel campo scientifico
trovando applicazioni in fisica, dove ebbe nel successivo secolo XX
sempre più ampie e profonde implicazioni nello studio dei fenomeni
delle particelle elementari (meccanica quantistica). Infine la Statistica
moderna, con tutti i suoi svariati campi d’applicazione (fisica, scienze
mediche, biologia, scienze sociali, psicologia, eccetera) non esisterebbe
senza il Calcolo della Probabilità. Da questi brevissimi cenni sulle
origini del concetto matematico di probabilità, è possibile trarre
alcuni elementi essenziali e specifici. Quali sono? L’origine di questa
nuova scienza matematica, com’è evidenziato nei titoli dei primi libri
intorno ad essa (Cardano, Huygens, Galilei), è il giuoco d’azzardo
[2], e non ha quindi origini auliche come altri
rami della matematica. Inoltre, già nel titolo del trattato di J.
Bernoulli, si pone l’accento su un altro aspetto caratteristico della
probabilità, insolito per la matematica: la nuova scienza proposta
è “arte del congetturare”, che contrasta con l’assolutismo della verità
matematica che ha imperato fin dall’antichità. La rivoluzione “relativista”
del pensiero matematico, in base alla quale le asserzioni e i concetti
matematici non hanno validità assoluta, bensì soltanto entro un certo
sistema ipotetico-deduttivo, è una conquista del secolo XIX, quindi
posteriore rispetto al periodo in cui nasce il nuovo Calcolo della
Probabilità. In tale nuova scienza matematica, poi, si è ben consapevoli
di trattare con contenuti che non hanno il marchio della certezza,
ma al contrario dell’incertezza, essendo eventi e fatti “da provare”,
da dimostrare certi, (“probabile” deriva dal latino “probabilis”,
che è ciò che deve essere “probatus”, cioè provato) in contrapposizione
a quelli “provati”, cioè dimostrati. Tutto ciò pone questa nuova branca
in una posizione particolare e alquanto singolare rispetto ag
li altri rami della matematica.
All’uomo comune, “non matematico”, viene subito spontanea un’osservazione:
com’è possibile che la matematica, scienza esatta per antonomasia,
si occupi di ciò che a priori ha il marchio dell’incertezza,
che è “ammissibile in base ad argomenti abbastanza sicuri” ma non
completamente sicuri, quindi si occupi di ciò che non è sicuramente
vero o realizzabile? E non è strano che questa “matematica dell’incertezza”
sia fondata però su una certezza: la consapevolezza dell’incertezza?
L’uomo della strada, non condizionato dai pregiudizi matematici del
passato, nella maniera più spontanea, oggi, penserebbe che una siffatta
scienza non può avere quel carattere di “oggettività” proprio delle
altre scienze matematiche, e non si scandalizzerebbe, anzi si meraviglierebbe
del contrario, di fronte ad un suo approccio “soggettivista”. Chi
non sa di matematica dà quasi per scontato che, se si vuole dare un
valore numerico alla probabilità, vale a dire all’aspettativa che
un evento, non certo, si manifesti vero o si realizzi, l’unico modo
“naturalmente” accettabile di farlo è in base ad un criterio soggettivo.
Così vorrebbe il buon senso comune. Se il Calcolo della Probabilità
fosse nato nella seconda metà del secolo appena trascorso, tale punto
di vista sarebbe stato “probabilmente”, opportunamente perfezionato,
adottato anche dal matematico, grazie ai profondi mutamenti critici
del pensiero matematico iniziati nel secolo XIX con l’avvento delle
geometrie non-euclidee e maggiormente sviluppatesi nel successivo
secolo XX. Ma nella prima metà del secolo XVIII, quando esso effettivamente
nacque con l’Ars Conjectandi di Bernoulli, la mentalità matematica
era ben diversa: i concetti matematici erano considerati veri in sé
e per sé, ed il loro valore era considerato oggettivo. Parlare di
“soggettivo” in matematica era un non senso allora e fino alla metà
del secolo scorso. Tutto questo spiega la “pretesa” di fondare la
Teoria della Probabilità su una realtà che, com’è stato argutamente
obiettato, è soltanto “artificialmente oggettiva”, mentre di fatto
non lo è. Dunque, non deve meravigliare che le prime definizioni che
i matematici hanno proposto per la probabilità abbiano avuto l’ambizione
di attribuire alla probabilità un valore in base a criteri oggettivi,
cioè indipendenti dall’osservatore, quasi che essa fosse una proprietà
intrinseca degli eventi ai quali viene riferita.
Le definizioni di probabilità classica, frequentista e assiomatica.
Diceva il matematico e filosofo americano
Charles Sanders Pierce: “Questa branca della matematica, la probabilità,
è la sola, credo, in cui anche validi autori hanno dato spesso risultati
erronei”. E ancora Bertrand Russell: “Il concetto di probabilità
è il più importante della scienza moderna, soprattutto perché nessuno
ha la più pallida idea del suo significato”. Queste affermazioni
mostrano in maniera molto incisiva che il terreno delle argomentazioni
sulla probabilità è stato, e forse ancora è, molto “scivoloso”; purtroppo,
ancor oggi, è possibile leggere vari sproloqui sulla probabilità,
mascherati da quel mitico rigore matematico, cui sempre ci si appella,
anche ingiustificatamente, per dar consistenza alle nostre argomentazioni.
Le definizioni che illustreremo si riferiscono tutte ad eventi semplici.
La prima definizione matematica di probabilità, e per questo motivo
detta “classica"
[3],
è la seguente: “La probabilità è il rapporto fra il numero di eventi
favorevoli e il numero di eventi possibili, essendo quest’ultimi tutti
equiprobabili”. Ovviamente l’aggettivo “favorevole” non è riferito
al contenuto dell’evento, bensì alla nostra attesa che esso si realizzi:
favorevole è semplicemente l’evento su cui fissiamo l’attenzione,
che ci attendiamo che si realizzi o sia vero, di cui vogliamo valutare
numericamente (con la probabilità) la possibilità di accadere o di
essere vero, indipendentemente dal fatto che sia o no un evento piacevole
o vantaggioso. Essa, a volte, è detta anche “definizione per partizione”,
poiché implica una partizione dell’insieme di tutti gli eventi possibili
nei due sottoinsiemi degli eventi favorevoli e degli eventi non-favorevoli.
Questa definizione ha un dominio di applicazione limitato da due condizioni:
1) è applicabile soltanto in tutti i casi in cui è possibile conoscere
quali e quanti sono gli eventi che si possono realizzare e quali e
quanti sono quelli favorevoli; 2) gli eventi possibili devono avere
tutti la stessa probabilità, vale a dire non ci deve essere nessun
motivo che favorisca la realizzazione dell’uno piuttosto che dell’altro.
Il classico esempio di applicazione di questa definizione è il lancio
di una moneta, perfettamente “equilibrata” o “simmetrica”, nel senso
che non ci sia maggior concentrazione di massa su una faccia piuttosto
che sull’altra; gli eventi possibili sono due (testa, croce)
[4],
mutuamente escludentesi, mentre l’evento favorevole è uno dei due
(o testa o croce). La probabilità che in un lancio la moneta cada
presentando croce è quindi ½ e ugualmente ½ è la probabilità che la
moneta cada presentando testa.
La presenza dell’aggettivo “equiprobabile” rende difettosa questa
definizione dal punto di vista logico, chiudendola in un circolo vizioso,
poiché essa fa uso dello stesso concetto (la probabilità) che intende
definire.
Osservava Henry Poincarè (La scienza e
l’ipotesi):
“. . . Siamo costretti a definire il probabile dal probabile. Come
possiamo sapere se due casi sono ugualmente probabili? Sarà per convenzione?”.
Usualmente, tale anomalia è superata ricorrendo al Principio della
Ragion Non Sufficiente o Principio d’Indifferenza
[5],
introdotto da Pierre Simon de Laplace, per il quale gli eventi vanno
intesi come equiprobabili se non c’è nessuna ragione per credere il
contrario, in quanto si presume che vi sia simmetria perfetta rispetto
ai casi possibili. Ma è chiaro che anche una siffatta giustificazione
non è del tutto soddisfacente e attira facilmente critiche ben fondate!
Il fatto di non essere in grado di formulare ragioni in contrario
non esclude che in realtà vi siano.
La definizione classica di probabilità presuppone la possibilità di
eseguire “virtualmente”, e non materialmente, l’esperimento o prova
che può dar luogo all’evento atteso, individuando tutti i possibili
esiti, e fra questi quelli in cui si presenta l’evento in considerazione,
dal semplice esame dell’oggetto protagonista dell’evento: il lancio
di un dado può essere facilmente immaginato e con esso i suoi possibili
risultati, eventi croce o testa, anche senza materialmente effettuare
l’esperimento, perché l’esame dell’oggetto “dado” ci consente di sapere
quali essi sono. Ma tale possibilità riguarda soltanto un limitato
sottoinsieme dell’universo di tutti i casi reali, nella maggior parte
dei quali, invece, non è applicabile.
In molte situazioni reali, infatti, l’evento di cui vogliamo calcolare
la probabilità non può essere generato da un esperimento virtuale,
ma, al contrario, può manifestarsi soltanto “a posteriori”, con l’esperienza
effettiva. Occorre, dunque, compiere materialmente gli esperimenti
che generano l’evento. Utilizzando i risultati ottenuti, viene spontaneo
calcolare il rapporto fra il numero di esiti positivi dell’esperimento
(quelli in cui si presenta l’evento atteso) e il numero totale delle
prove, cioè la frequenza relativa dell’evento, rapporto che caratterizza
bene la “presenza” di questo nella totalità degli esperimenti compiuti.
In situazioni di questo tipo si è tentati di identificare i casi favorevoli
con gli esiti positivi delle prove, e i casi possibili con le prove
effettuate, riproponendo l’applicazione della definizione classica,
però con una sostanziale differenza rispetto alle situazioni cui quest’ultima
è applicabile: ora infatti i casi possibili sarebbero “soltanto” le
prove finora effettuate, che non esauriscono tutte quelle effettuabili,
che sono infinite, e analogamente i casi favorevoli sarebbero “soltanto”
gli esperimenti finora effettuati che hanno generato l’evento atteso.
In altre parole, nella definizione classica di probabilità gli eventi
favorevoli e possibili sono “tutti” quelli che effettivamente sono
favorevoli e possibili; nelle nuove situazioni investigate, invece,
essi sono quelli “finora esperiti” e quindi risultano variabili secondo
il numero di prove effettuate, che è necessariamente una scelta dello
sperimentatore. Qualunque sia il numero di esperimenti da questi deciso,
le prove non ancora fatte, ma fattibili, costituiscono altrettanti
casi possibili, fra i quali potranno esserci altri casi favorevoli.
Pertanto, se assumessimo “tout court” come probabilità la frequenza
relativa dell’evento, avremmo una probabilità variabile perché dipendente
dal numero di esperimenti effettuati, che è variabile, contrariamente
all’unicità del valore calcolato con la definizione classica. Ciò
che possiamo investigare è, invece, se esistono condizioni che autorizzano
tale assunzione entro un grado di approssimazione accettabile, consapevoli
quindi che con tale assunzione dovremmo accontentarci di un valore
“approssimativo” di probabilità, che non può essere rigorosamente
unico come nella definizione classica.
A tale scopo, occorre prendere in considerazione i casi in cui è calcolabile
la probabilità per partizione, effettuando “realmente” un certo numero
di prove. Consideriamo il solito lancio di una moneta. Ebbene, effettuando
più lanci della moneta, “cercando” di mantenere inalterate le condizioni
sotto cui essi avvengono, si può osservare che all’aumentare del loro
numero, la frequenza relativa dell’evento “croce” (e lo stesso vale
per l’evento complementare “testa”) tende a stabilizzarsi attorno
a un valore molto prossimo alla probabilità (0,5 o 50%) calcolata
con la definizione classica. Tale tipo di esperimento si può ripetere
in tutti i casi ai quali è applicabile quest’ultima. Eseguendo successive
serie di esperimenti, in ciascuna delle quali si aumenta progressivamente
il numero di esperimenti rispetto alla serie precedente, si osserva
che all’aumentare del numero di questi, il valore della frequenza
relativa dell’evento considerato tende a stabilizzarsi attorno a uno
stesso valore: è la cosiddetta “legge empirica del caso” o “legge
empirica dei grandi numeri”. Tale legge, spesso, erroneamente è confusa
con il teorema di Bernoulli : lim P { |(n/N) - p| < ε } = 1 per N → ∞, che asserisce semplicemente
che aumentando indefinitamente il numero N di prove, tende alla certezza
(P = 1) la probabilità che la frequenza relativa dell’evento scarti
dalla probabilità (classica) p per meno di un numero positivo ε
comunque piccolo. Questo teorema, qualche volta, viene erroneamente
utilizzato come anello di congiunzione fra le definizioni classica
e frequentista di probabilità, come è stato acutamente criticato da
Bruno de Finetti: “non si sfugge al dilemma che la stessa cosa
non si può assumere prima per definizione e poi dimostrare come teorema,
né alla contraddizione di una definizione che assumerebbe una cosa
certa mentre il teorema afferma che è soltanto molto probabile”.
L’unico anello di congiunzione plausibile fra probabilità per partizione
e frequenza relativa è invece la semplice e più onesta legge empirica
del caso, in virtù della quale risulta “plausibile” ribaltare i termini
dell’osservazione sperimentale, e “assumere” come probabilità la frequenza
relativa dell’evento determinata per un numero “abbastanza grande”
di esperimenti, in tutti quei casi in cui è possibile “ripetere a
pari condizioni” l’esperimento. È questo valore limite, nel senso
non matematico ma sperimentale sopra evidenziato, che viene assunto
come valore della probabilità nella definizione frequentista. Esso,
non essendo un “limite” in senso matematico, non è determinabile tramite
operazioni matematiche, bensì tramite un numero teoricamente infinito
di esperimenti, in aperto contrasto con il modo operativo sperimentale
che conosce soltanto il “finito”, per cui in pratica è determinabile
con un “opportuno” numero finito di esperimenti.
Secondo la definizione “frequentista
[6]”
, dunque, “ la probabilità di un evento è il rapporto fra il numero
di esperimenti in cui esso si è verificato e il numero totale di esperimenti
eseguiti nelle stesse condizioni, essendo tale numero opportunamente
grande”. Quale debba
essere in pratica tale numero non è determinabile a priori, ma è lo
sperimentatore che deve definirlo, in base alla legge empirica dei
grandi numeri, che lo autorizza a porre fine all’esecuzione degli
esperimenti quando rileva che la frequenza relativa dell’evento presenta
oscillazioni sempre più piccole: il valore medio di queste è assunto
come valore della probabilità (figura 3). E tale decisione non può
che essere soggettiva, approssimativa e variabile da sperimentatore
a sperimentatore e, anche per uno stesso sperimentatore, ancora variabile
da una serie di esperimenti all’altra (perché, per esempio, non è
mai possibile mantenere perfettamente identiche le condizioni sotto
cui avviene la prova, per cui il numero di esperimenti oltre il quale
le oscillazioni della frequenza relativa diventano “sempre più piccole”
cambierà per lo stesso sperimentatore da una serie di esperimenti
all’altra). La probabilità, in tale definizione, dipende dunque non
soltanto dal numero di esperimenti fatti ma anche dalla valutazione
di identità delle condizioni operative, per cui non è univocamente
determinabile ed è affetta da errore sperimentale, come la misura
di una qualunque altra grandezza fisica.

La
definizione frequentista, essendo fondata su un’operatività sperimentale,
non richiede che gli esiti dell’esperimento siano equiprobabili e
quindi ha il pregio di superare il limite fondamentale di quella classica,
che invece tale requisito richiede. È opportuno, però, rilevare che
la legge dei grandi numeri giustifica, sperimentalmente, di assumere
la frequenza relativa come probabilità, nei casi per i quali la simmetria
(vale a dire l’equiprobabilità) degli esiti possibili renderebbe applicabile
la definizione classica. Pertanto, l’estensione della definizione
frequentista ai casi in cui quella di Laplace non è applicabile è
un’estrapolazione che ha una certa arbitrarietà. Inoltre, stando sempre
alle sue giustificazioni “sperimentali”, la definizione frequentista
dovrebbe essere applicata soltanto ad eventi ripetibili, ovvero generati
da esperimenti ripetuti nelle stesse condizioni quante volte si voglia.
Tuttavia, in pratica, specialmente in statistica, la frequenza relativa
è assunta come probabilità di eventi che non hanno tali caratteristiche,
bensì hanno la connotazione di “accadimenti” avvenuti nel passato
e non riproducibili quante volte si voglia “in laboratorio”, nel presente
o nel futuro. Un esempio servirà a chiarire quanto detto. Volendo
dare oggi una stima della probabilità alla mortalità scolastica nel
primo biennio della facoltà d’ingegneria, lo statistico otterrà tale
valore come frequenza relativa dell’evento “abbandono degli studi
da parte di studenti d’ingegneria entro il secondo anno”, riferendosi
ad un determinato periodo del passato, per esempio dal 1990 al 2003.
A tale scopo, prenderà in considerazione il numero di iscritti ad
ingegneria in quel periodo e dividerà per esso il numero di studenti
che nello stesso periodo hanno abbandonato gli studi d’ingegneria
entro il secondo anno. È vero che potrebbe prendere in considerazione
altri periodi di tempo, il che equivarrebbe a scegliere in qualche
modo il numero di “esperimenti” (che in realtà sono invece accadimenti),
ma la sua è sempre una scelta condizionata, poiché non può scegliere
a piacere il numero di anni cui riferire la sua indagine, anzi può
capitargli di avere a disposizione un solo campione di dati numericamente
non rappresentativo. In tutte queste situazioni, si fa una forzatura,
utilizzando come probabilità la frequenza relativa di eventi per loro
natura legati esclusivamente al passato, e non ripetibili a piacere.
Alcuni matematici [7], sotto la spinta dell’assiomatismo,
hanno proposto una definizione assiomatica della probabilità fondata
su tre definizioni e tre assiomi. Le definizioni sono:
1) una prova è l’esecuzione
di un esperimento “ripetibile”, nel senso che deve essere possibile
ripeterlo nelle stesse condizioni, e con esito “aleatorio”, vale a
dire non prevedibile con certezza, qualunque possono essere i nostri
sforzi d’indagine [8];
2) l’insieme dei possibili risultati
generati da una prova si dice universo o spazio campione U;
3) un evento E è un
qualsiasi sottoinsieme dell’universo U. Lo spazio degli eventi
S è l’insieme degli eventi d’interesse, e quindi è un insieme
d’insiemi. Per esempio, con riferimento al lancio dei dadi, i cui
esiti possibili sono testa (T) e croce (C), e quindi è U =
{T,C}, si può assumere come spazio degli eventi S l’insieme
delle parti {T}, {C}, {Ø}, {T,C} dell’universo U che comprende
anche l’insieme vuoto {Ø} e U stesso.
In particolare se E é costituito da un solo esito si dice evento
elementare, mentre se é costituito da più esiti, si dice evento composto.
L’universo U è anche l’evento certo, poiché è costituito da
tutti gli esiti possibili. Ad ogni esito si può associare un punto
di uno spazio euclideo a n dimensioni; U è pertanto lo spazio
i cui punti rappresentano tutti e soli gli esiti possibili di una
prova, mentre un evento E è un sottoinsieme di tale spazio,
cioè è costituito da una parte dei punti di U, potendo ridursi
ad un solo punto nel caso di evento elementare. Per fissare le idee,
si pensi al lancio di un dado, di due dadi, di tre dadi, ...di n dadi:
l’esito della prova è rispettivamente il numero, la coppia di numeri,
la terna di numeri ...l’ennupla di numeri delle facce dei dadi rivolte
verso l’alto. Dunque, ad ogni esito si può associare un numero, una
coppia di numeri, una terna di numeri, ...n numeri, che possono essere
intesi come coordinate di uno spazio euclideo a 1, 2, 3, ...n dimensioni.
Inoltre se l’evento è l’uscita per esempio del numero 2 si ha l’evento
elementare E = {2}, mentre se l’evento considerato è l’uscita di un
numero pari si ha l’evento composto E = {2, 4, 6}, vale a dire l’evento
occorre se l’esito della prova è uno dei numeri 2, 4, 6.
La probabilità assiomatica è una funzione d’insieme [9]
P definita sullo spazio degli eventi S, ovvero è una
legge in grado di assegnare ad ogni evento E appartenente ad
S un numero che soddisfa i tre assiomi di Kolmogorov:
1) la probabilità P(E)
di un evento E è un numero reale non negativo;
2) la probabilità P(U)
dell’evento certo è 1;
3) la probabilità di un evento
complesso costituito dal verificarsi dell’evento elementare A
o dell’evento elementare B, mutuamente incompatibili, è la
somma delle probabilità di A e di B: P(A
o B) = P(A) + P(B). Due eventi
incompatibili sono, per esempio, gli eventi testa e croce nel lancio
di un dado, l’uno escludendo l’altro; due eventi compatibili, invece,
sono l’uscita di una figura e di una carta di cuori nell’estrazione
di una carta da un mazzo, potendo una carta di cuori essere anche
una figura.
Così introdotta, la probabilità è formalmente definita come i matematici
definiscono la misura di un insieme, e rientra pertanto come caso
particolare nella più generale Teoria della misura, potendo essere
interpretata come misura normalizzata P(E) (il suo valore
è un numero compreso tra 0 ed 1, estremi inclusi) dell’insieme-evento
E. La teoria assiomatica della probabilità è accattivante per
il suo rigore formale, con cui è possibile dedurre tutta la teoria
delle probabilità dalle premesse (definizioni, assiomi), soddisfacendo
pienamente lo spirito deduttivo del matematico, ma ha un grosso difetto:
non definisce cos’é in realtà la probabilità. Infatti, come in qualunque
teoria assiomatica, la probabilità non è definita nella sua natura,
ma è definita soltanto implicitamente come “un” (e non “quel”) numero
reale non negativo che soddisfa i tre assiomi di Kolmogorov. Tale
numero dipende dalla funzione d’insieme scelta, in altri termini il
valore della probabilità assiomatica dipende dal criterio scelto per
la misura dell’insieme-evento. Insomma, si ha una situazione analoga
alla geometria euclidea, in cui il punto, la retta e il piano non
sono definiti esplicitamente, ma implicitamente attraverso le loro
mutue relazioni (assiomi), per cui, come paradossalmente diceva Hilbert,
i punti, le rette e i piani potrebbero in realtà essere anche bicchieri,
posate o quant’altro, purché soddisfacenti gli assiomi euclidei.
La teoria assiomatica della probabilità, oltre il rigore logico, ha
un altro pregio. Riportando le considerazioni sugli eventi a calcoli
sugli insiemi corrispondenti, attraverso il concetto di probabilità
come misura normalizzata dell’insieme-evento, consente la determinazione
della probabilità in casi in cui non é possibile applicare la definizione
classica, come per esempio quando è infinito non numerabile [10]
sia il numero degli esiti possibili sia il numero di quelli favorevoli.
In altre parole, la probabilità assiomatica può fornire una risposta
a quesiti del tipo: quale è la probabilità che un ago, imperniato
ad una sua estremità nel centro di un cerchio, cada entro un determinato
settore di questo, per esempio di 30°? È chiaro, infatti, che assumendo
come eventi elementari le posizioni assunte dall’ago quando si ferma,
sia quelle entro l’intero cerchio (eventi possibili), sia quelle entro
il settore considerato di 30° (eventi favorevoli) sono infinite non
numerabili, perché costituiscono un infinitum continuum: la
probabilità sarebbe data quindi dal rapporto
infinito/infinito che
è una forma indeterminata. Invece, con la teoria assiomatica, la probabilità
può essere assunta come la misura normalizzata dell’insieme degli
esiti favorevoli, vale a dire il rapporto fra la misura del settore
entro cui ci si aspetta che l’ago cada (30°) e la misura dell’angolo
giro corrispondente all’intero cerchio (360°), che costituisce l’universo
U, e quindi P = 30°/360° = 8,3%
Le critiche della scuola soggettivista
Le definizioni di probabilità
fin qui date, pur risultando proficue in numerosi casi, offrono il
fianco a varie critiche:
1) sono ottenute sulla base unicamente
di eventi del passato e ripetibili e quindi non sono applicabili a
quella stragrande maggioranza di casi in cui gli eventi di cui vogliamo
stimare la probabilità non sono mai accaduti oppure sono per loro
stessa natura irripetibili. Per esempio, è palese a tutti che né con
la definizione classica, né con quella frequentista, né con l’assiomatica
è possibile stabilire la probabilità di eventi come questi: domani
pioverà, il prossimo presidente della repubblica italiana sarà una
donna, nel 2010 nasceranno gli Stati Uniti d’Europa, il prossimo papa
sarà africano. Di fatto, è relativamente a casi di tal genere che
nella vita di tutti i giorni siamo maggiormente stimolati a esprimere
una nostra “ragionevole” previsione e quindi a stabilirne la probabilità;
2) la ripetibilità degli
esperimenti è un’utopia, perché in realtà non è possibile mantenere
rigorosamente identiche le condizioni sotto cui sono effettuati;
3) le definizioni per partizione
(classica) e in base alla frequenza relativa non sono vere definizioni,
ma metodi per ottenere il valore della probabilità, sono quindi tutt’al
più definizioni operative e non dicono nulla sulla vera natura della
probabilità; la definizione assiomatica, infine, non è nemmeno operativa
ma soltanto implicita per assiomi;
4) ad onta della loro pretesa
oggettività, sono in esse presenti elementi soggettivi, cioè dipendenti
dal soggetto che valuta la probabilità: la valutazione della equiprobabilità
degli eventi possibili nella definizione classica, la scelta del numero
di esperimenti da effettuare e la valutazione della identità delle
condizioni sperimentali in quella frequentista, la scelta della funzione
d’insieme che fornisce la misura dell’insieme-evento nella definizione
assiomatica;
5) si allontanano dal senso
comune originario di probabilità, che è ben evidenziato invece nelle
definizioni “non matematiche” dello Zingarelli, che sottintendono
un punto di vista squisitamente soggettivo che senz’altro riscuote
il consenso dell’uomo comune.
Parlare di soggettivismo, in genere, non
è stato ben accetto da matematici e scienziati (e ancora non lo è
da parte di tutti), abituati da sempre a pensare in termini oggettivi,
fin quando un grande matematico italiano, Bruno de Finetti, nel secolo
scorso, molto scettico nei confronti degli atteggiamenti decisamente
deterministici e assolutisti della maggior parte degli uomini di scienza,
si è imposto al mondo scientifico internazionale come strenuo ed originale
propugnatore del soggettivismo nel campo della probabilità [11],
criticando il “presunto” rigorismo e oggettivismo delle vecchie definizioni
di probabilità: “Esse non definiscono nulla; peggio ancora nascondono,
con sproloqui e arcane definizioni, colme di fumo e di vuoto, il vero
senso in cui il termine è usato dall’ultimo uomo della strada... La
cosiddetta definizione basata su partizioni in casi ugualmente probabili
richiede sia già acquisito, in senso soggettivo, il concetto di uguale
probabilità. E quella basata sulle frequenze richiede il medesimo
circolo vizioso ed in più un’intuizione (necessariamente grossolana)
di un nesso tra osservazione di frequenze e valutazioni di probabilità,
nesso di cui soltanto un’adeguata elaborazione della teoria delle
probabilità (soggettive) permette di stabilire il significato in base
ad effettiva analisi delle circostanze in gioco.” [12]
In tale spirito Bruno de Finetti diede la quarta e fondamentale definizione
di probabilità, che ormai possiamo trovare nei testi di Calcolo della
Probabilità di tutto il mondo: “...la probabilità che qualcuno
attribuisce alla verità - o al verificarsi - di un certo evento (fatto
singolo univocamente descritto e precisato) altro non è che la misura
del grado di fiducia nel suo verificarsi”. Questa è una vera
definizione della probabilità, perché non è operativa, cioè legata
al modo di determinarne il valore, ma unicamente contiene il significato
di probabilità, riportandolo alla comune accezione. La definizione
soggettiva assegna alla probabilità un valore numerico che è tanto
più vicino ad uno quanto maggiore è la nostra convinzione che l’evento
si verifichi, mentre è tanto più vicino a zero quanto maggiore è la
nostra convinzione che l’evento non si verifichi.
Secondo l’impostazione
soggettivista di de Finetti, il valore assegnato alla probabilità
di un evento è il rapporto tra la “posta” di chi valuta la probabilità
e la somma delle “poste” dei due scommettitori. Così, per esempio,
se Giovanni è disposto a scommettere 3 contro 1 che il cavallo Destriero
vincerà la prossima corsa, significa che il suo avversario è invece
disposto a scommettere 1 contro 3 che quel cavallo vincerà: la probabilità
che Giovanni attribuisce alla vittoria di Destriero, quindi, è per
lui, ¾, vale a dire il 75%, mentre per il suo avversario è ¼, pari
al 25%. In altri termini la scuola soggettivista di de Finetti e Ramsey,
provocatoriamente, assegna alla probabilità di un evento il valore
numerico pari “alla massima somma di denaro che un soggetto razionale
è disposto a scommettere a fronte di una vincita lorda unitaria”.
La “posta” impegnata nella definizione di de Finetti può essere determinata
in svariati modi (simulazioni al computer, calcoli scientifici, calcoli
combinatori, frequenza relativa, valutazioni puramente intuitive,
rapporto casi favorevoli/casi possibili, eccetera), ma sempre in maniera
“equa e coerente con le informazioni” possedute dal soggetto che valuta
la probabilità. La definizione soggettivista di probabilità, dunque,
non rigetta le precedenti definizioni, ma le recupera sottraendole
all’errata pretesa di oggettivismo, per utilizzarle più ragionevolmente
e realisticamente in ottica soggettivista, come scelte non necessarie,
bensì ritenute utili da chi deve dare un valore alla probabilità,
in base alle “sue” informazioni o al “suo” intuito. Il soggettivismo
in essa presente non è pertanto “arbitrarietà”, come a volte è frainteso
da alcuni, ma l’espressione dell’opinione del soggetto che valuta
la probabilità, coerente con le informazioni, di qualunque tipo, di
cui egli dispone sull’evento, comprendendo fra esse anche la conoscenza
di diverse valutazioni della probabilità dell’evento espresse da altri
soggetti o, perfino, la mancanza di qualunque informazione. Le tecniche
di calcolo messe a punto dal de Finetti sono tali da consentire di
ricavare, in maniera coerente con le premesse, il valore della probabilità
e pertanto sono oggettive, pur essendo le premesse stesse soggettive,
in accordo con l’osservazione, precedentemente data in queste pagine,
sulla sostanziale differenza fra il calcolo delle probabilità, cha
ha valore oggettivo, e i metodi per la definizione di probabilità,
che possono variare. La definizione di probabilità dello Zingarelli “La misura in cui si giudica
che un avvenimento sia realizzabile o probabile”, che a prima
vista può sembrare poco scientifica, contiene, invece, proprio i tre
elementi essenziali che caratterizzano la definizione più generale
di probabilità data dal de Finetti: misura, giudizio e realizzabilità.
La definizione del matematico italiano ha il pregio innegabile di
fornire “sempre” un valore alla probabilità, anche nei casi in cui
l’evento non è ripetibile, non è mai accaduto o le informazioni disponibili
sono molto scarse o inesistenti. Inoltre, è notevole constatare che
esistono casi in cui alcuni eventi sono composti di altri ai quali,
in base alle precedenti definizioni, non sarebbe possibile assegnare
alcun valore di probabilità e che, d’altra parte, la probabilità di
tali eventi complessi risulta poco influenzata dalle probabilità assegnate
agli eventi componenti. Di conseguenza, non ha molto senso discutere
sulla “attendibilità” dei valori di probabilità assegnati agli eventi
elementari, mentre è essenziale prendere l’iniziativa di assegnare
in qualche modo tali valori. L’approccio soggettivista consente di
sbloccare brillantemente tali situazioni, applicando il calcolo delle
probabilità laddove sarebbe impossibile con le altre definizioni di
probabilità. Bruno de Finetti applicò le sue vedute probabilistiche
anche in psicologia, a molti aspetti dell’istinto, del subconscio
e dell’intuizione, ai quali riconobbe sempre un ruolo decisivo nel
processo della scoperta matematica. Una curiosità: egli pose in evidenza,
per esempio, la manifestazione di un certo senso della probabilità
da parte dei cinghiali quando, inseguiti dai cacciatori, cercano di
trovare una via di scampo.
Il soggettivismo di de Finetti è frutto essenzialmente di quell’assenza
di rigidezza mentale, che è cosa ben diversa dal rigore, che ha sempre
contraddistinto il suo pensiero, caratterizzando il matematico italiano
come acerrimo e autorevole nemico di ogni forma stereotipata di schemi
mentali. Nel passato, pur essendo ben lontano da un approccio soggettivista,
già il grande matematico francese Simone de Laplace nel 1814, nel
suo Essai philosophique des probabilités, aveva espresso
idee tutt’altro che rigide sulla probabilità: “In fondo la teoria
delle probabilità è soltanto senso comune espresso in numeri”. Il
“senso comune”, si sa, non è qualcosa di determinato secondo rigide
leggi, ma è soprattutto “opinione” ragionevole. Tale affermazione,
dunque, già allora apriva una strada in fondo alla quale non è difficile
scorgere la visione soggettivista della probabilità.
La probabilità, con Bruno de Finetti, ritorna alle sue origini, delle
scommesse e della concezione spontaneamente soggettiva dell’uomo della
strada. È il frutto del suo effettivo “realismo” (ben diverso dal
presunto realismo degli oggettivisti della probabilità!), della sua
disarmante onestà e semplicità scientifica, che rigetta sdegnosamente
i falsi idoli, da chiunque vengano creati: “Sul piano accademico
alligna in genere la civetteria di voler separare e collocare su uno
sgabello più onorifico o certe speciali cose o certi linguaggi più
pomposi per trattare di comuni cose, in modo da riservare a ciò che
si colloca sullo sgabello, e negare a ciò che si lascia sul pavimento,
la qualifica di scienza. Molti dei criteri di separazione adottati
a questo scopo e delle discussioni cui conducono hanno indubbiamente
valore e interesse da qualche punto di vista, ...ma ogni erezione
di una qualunque siffatta distinzione a criterio di discriminazione
accademica costituisce una mutilazione suicida: si uccide la scienza
che è vita cui nulla è precluso, collocando al suo posto un feticcio
imbalsamato e gonfio di cattedratica boria”. [13]
E ancora: “La probabilità: chi è costei?
Prima di rispondere a tale domanda è certamente opportuno chiedersi:
ma davvero ‘esiste’ la probabilità? e cosa mai sarebbe? Io risponderei
di no, che non esiste. Qualcuno, cui diedi questa risposta (ribadita,
col motto in tutte maiuscole - PROBABILITY DOES NOT EXIST- nella prefazione
all’inglese di Teoria delle probabilità [1970]), mi chiese ironicamente
perché mai, allora, me ne occupo.
Mah! Potrei anche dire, viceversa e senza contraddizione, che la probabilità
regna ovunque, che è, o almeno dovrebbe essere, la nostra ‘guida nel
pensare e nell’agire’, e che perciò mi interessa. Soltanto, mi sembra
improprio, e perciò mi urta, vederla concretizzata in un sostantivo,
‘probabilità’, mentre riterrei meglio accettabile e più appropriato
che si usasse soltanto l’aggettivo, ‘probabile’, o, meglio ancora,
soltanto l’avverbio, ‘probabilmente’.
Dire che la probabilità di una certa asserzione vale 40 per cento
appare - purtroppo! - come espressione concreta di una verità apodittica.
Non pretendo né desidero che tale modo di esprimersi vada bandito,
ma certo è che l’asserzione apparirebbe assai più appropriatamente
formulata se la si ammorbidisse dicendo, invece, che quel fatto lo
si giudica ‘probabile al 40 per cento’, o, meglio ancora ( a parte
che suona male ) , che ci si attende ‘ al 40 per cento- probabilmente’
che sia o che risulti vero. [14]
”
Il valore della Scienza
“Certo,
non si potrà ammettere il determinismo; non si potrà ammettere l’esistenza,
in quel famoso preteso regno di tenebre e di mistero, di leggi immutabili
e necessarie che regolano l’universo, e non si potrà ammettere che
ciò sia vero per il semplice motivo che, al lume della nostra logica,
ciò è privo di un significato qualsiasi. La scienza, intesa come scopritrice
di verità assolute, rimane dunque, e naturalmente, disoccupata per
mancanza di verità assolute. Se cade infranto il freddo idolo marmoreo
di una scienza perfetta, eterna e universale, che noi potremmo cercare
soltanto di sempre meglio conoscere, ecco in sua vece al nostro fianco
una creatura viva, la scienza che il nostro pensiero liberamente crea.
Creatura viva: carne della nostra carne, frutto del nostro tormento,
compagna nella lotta e guida alla conquista.”[15]
Chi dei matematici ha l’idea di uomini freddi e calcolatori, rimarrà
disorientato leggendo queste appassionate parole che il giovane de
Finetti scrisse, appena ventitreenne, nel suo primo lavoro sulla teoria
soggettiva delle probabilità, pubblicato nel 1930 nella collana di
testi filosofici curata da Antonio Aliotta con il titolo Probabilismo,
saggio critico sulla teoria delle probabilità e sul valore della scienza.
I veri matematici hanno in sé lo spirito profondo della più grande
arte del pensiero e non sono dissimili dagli artisti, anzi, come diceva
il grande matematico tedesco Karl Weierstrass, “un matematico
che non è anche un poeta non è un buon matematico”. E non è un
caso che Bruno de Finetti amasse molto la poesia e il teatro!
Le vedute soggettiviste del matematico italiano, nate nell’ambito
della Teoria delle Probabilità, si estendono quindi anche alla cosiddetta
“oggettività” della ricerca scientifica. Il suo soggettivismo si colloca
non come drastico rifiuto, bensì come realistico correttivo di un’arbitraria
convinzione riguardo alla pretesa “oggettività” della scienza, secondo
la quale essa sarebbe un attributo intrinseco alle cose, mentre, invece,
altro non è che la condivisione, fra più esseri razionali, delle medesime
informazioni, la coincidenza di soggettività, ossia un’ “intersoggettività”.
“Il guaio è che il realismo (come accuratamente osservò Jeffreys)
ha il vantaggio che il linguaggio è stato creato da realisti, e per
di più da realisti molto ‘primitivi’, ed è perciò che noi abbiamo
larghissime possibilità di descrivere le proprietà attribuite agli
oggetti, ma scarsissime di descrivere quelle direttamente conosciute
come sensazioni. Da ciò la mania (che forse per altri è invece indizio
di saggezza, serietà, accuratezza) di assolutizzare, di concretizzare,
di oggettivare perfino quelle che sono soltanto proprietà dei nostri
atteggiamenti soggettivi. Non
altrimenti si spiegherebbe lo sforzo di fare della Probabilità
qualcosa di nobler than it is (sempre parole di Jeffreys), nascondendone
la natura soggettiva e gabellandola per oggettiva.” (Op. cit.
nota 14). La visione soggettivista, dunque, è in aperto contrasto
con il rigido determinismo in auge ai tempi del Circolo di Vienna
e induce a rivedere il valore generalmente attribuito alle teorie
scientifiche, secondo quanto dal de Finetti stesso espresso: “È
illusorio attribuire a una teoria o a una legge un significato apodittico,
ma tuttavia esiste chiaramente un significato pragmatico in quanto
essa induce ad attendere che certi fatti si svolgano nel modo che
noi riteniamo conforme all’idea che di tale teoria o legge ci siamo
fatti. La formulazione di una teoria, di una legge, è un anello -
in certa misura infido perché metafisico ma tuttavia spesso necessario
come tentativo di sintesi semplificativa di cose complesse – del processo
mentale per cui passiamo dall’osservazione di fatti passati alla previsione
di fatti futuri. In definitiva è solo dei fatti, dei singoli fatti,
che ha senso parlare. E’ ai fatti, che (se sono futuri, e se comunque
ne ignoriamo l’esito) possiamo attribuire una probabilità”.
Una vita per la Scienza [16] .
I
l
primo Novecento è stato per l’Italia uno dei periodi più ricchi di
personalità geniali, che hanno reso onore nel mondo al nostro Paese,
in vari campi della cultura. Nel campo della scienza, in particolare,
assistiamo a un vero e proprio fenomeno di concentrazione nel tempo
di giovani ingegni che, in campi differenti, raggiungeranno le massime
vette. E non mancano strane coincidenze di date e di eventi. Il 5
agosto 1906 nasce a Catania Ettore Majorana, il celebre fisico teorico
della scuola di Fermi misteriosamente scomparso nel 1938, definito
da Fermi stesso “fra tutti gli studiosi italiani e stranieri quello
che per profondità di ingegno mi ha maggiormente colpito”. Bruno
de Finetti, oggi riconosciuto il più grande matematico italiano applicato
del Novecento, nasce il 13 giugno 1906 ad Innsbruck, sotto l’Impero
Austro-Ungarico, da genitori italiani, in quel tempo residenti in
Austria, essendo il padre, ingegnere civile ed affermato progettista
ferroviario, impegnato nella realizzazione della ferrovia Innsbruck-Fulpmes,
detta “Stubaitalbahn”. Nel 1923, a soli 17 anni sia Majorana sia de
Finetti intraprendono gli studi d’Ingegneria, il primo a Roma, il
secondo a Milano. Entrambi, già avanti in tali studi, decidono di
abbandonarli, per dedicarsi alla scienza pura, rispettivamente la
Fisica e la Matematica. E c’è di più, nello stesso periodo la medesima
storica decisione è presa, in seguito agli incoraggiamenti da
parte di Orso Mario Corbino ed Enrico Fermi, da altri due giovani
destinati a rimanere negli annali della scienza: Emilio Segrè, futuro
premio nobel per la fisica, e Edoardo Amaldi, anch’essi studenti della
facoltà d’Ingegneria di Roma, passano alla facoltà di Fisica.
Ma, torniamo al giovane de Finetti. Iniziato il triennio di applicazione
al Politecnico di Milano, la sua irrefrenabile vocazione e il suo
straordinario talento per le matematiche pure e applicate s’impongono
drammaticamente [17] alla sua coscienza, e sono
tempestivamente scoperti anche dai grandi matematici Tullio Levi-Civita
e Giulio Vivanti, suoi docenti universitari, che fortemente caldeggiano
il suo passaggio alla facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali.
Non ancora laureato, ha al suo attivo ben quattro pubblicazioni scientifiche.
La prima di queste, suggeritagli dalla lettura di alcuni articoli
divulgativi del biologo Carlo Foà, contiene un’originale trattazione
statistica sulla propagazione dei caratteri mendeliani. Il manoscritto
viene letto prima dal Foà, poi dal Vivanti e dallo statistico Giorgio
Mortara che lo invia a Corrado Gini, presidente dell’Istituto Centrale
di Statistica del Regno d’Italia, il quale, entusiasta dell’originalità
e della profondità d’analisi del lavoro, nel 1926 lo pubblica nella
sua prestigiosa rivista Metron con il titolo Considerazioni
matematiche sull’ereditarietà mendeliana[18].
Il lavoro riscuote un vivo interesse ed apprezzamento anche negli
ambienti scientifici statunitensi, tanto che un professore americano
scrive al giovane de Finetti chiamandolo rispettosamente “professore”,
ignaro del fatto che, invece, é ancora studente universitario. Nel
1927, all’età di 21 anni, si laurea con lode in Matematica Applicata
all’Università di Milano, e l’anno dopo partecipa al Congresso Internazionale
dei Matematici a Bologna, dove la sua relazione Funzione caratteristica
di un fenomeno aleatorio contiene quello che in seguito sarà
noto come “teorema di de Finetti”. Nel 1929 è autore di diverse pubblicazioni
sulla probabilità soggettiva ed entra in contesa con scienziati ed
epistemologi di fama internazionale del Circolo di Vienna, in particolare
con Rudolf Carnap, Richard Von Mises, Hans Reichenbach e l’economista
John Maynard Keynes, fervidi fautori del determinismo. Nel 1930, grazie
all’interessamento di Adriano Tilgher, convinto relativista italiano,
pubblica Probabilismo, saggio critico sulla teoria delle probabilità
e sul valore della scienza, in una collana di testi filosofici
curata da Antonio Aliotta, ove espone per la prima volta le sue vedute
soggettiviste sul calcolo delle probabilità. Nello stesso anno
vince il premio Toja per il miglior lavoro originale sul Calcolo delle
Probabilità. A soli 24 anni, sostiene e supera l’esame per la libera
docenza in Analisi Matematica, diventando il più giovane libero docente
dell’università italiana; gli esaminatori sono Giuseppe Peano, Mauro
Picone e Salvatore Pincherle. Un anno dopo, nel 1931, pubblica Sul
significato soggettivo della probabilità nella rivista internazionale
Fundamenta Mathematicae di Varsavia. Nel 1934, all’Accademia
dei Lincei, gli viene solennemente conferito il Premio della Compagnia
di Assicurazioni di Milano. Per circa vent’anni presta la sua opera
matematica prima all’Istituto Centrale di Statistica a Roma, poi alle
Assicurazioni Generali a Trieste, dedicandosi anche, come incaricato,
all’insegnamento universitario di Calcolo delle Probabilità a Padova
e Trieste. Nel 1945 è uno dei fondatori dell’istituto DOXA. Dal 1946
si dedica esclusivamente all’insegnamento universitario, divenendo
titolare, a Trieste, prima della cattedra di Matematica Attuariale
e poi della cattedra di Matematica Finanziaria; insegna anche Analisi
Matematica. Nel 1950 viene invitato dal matematico Savage negli Stati
Uniti d’America, dove partecipa al “Berkeley Second Symposium for
Mathematical Statistics and Probability”.
A Chicago incontra Fermi, che già aveva conosciuto a Roma. Durante
il soggiorno americano, visita molti centri di calcolo, sia Univac
sia IBM, in varie località degli USA. Trasferitosi all’Università
di Roma nel 1954, risulta vincitore della cattedra di Matematica Finanziaria
alla facoltà di Economia e Commercio, che mantiene fino al 1961, anno
in cui viene di nuovo istituita per lui la cattedra di Calcolo
delle Probabilità alla facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali,
già ricoperta precedentemente da Guido Castelnuovo; rimane titolare
di tale cattedra fino al 1976. Nel 1981 viene collocato a riposo e
muore a Roma il 20 luglio 1985.
Il nome di Bruno de Finetti è ormai entrato a piena gloria nella storia
della matematica e della filosofia della scienza, legato soprattutto
al Calcolo delle Probabilità, campo in cui apportò numerosi contributi
originali e innovativi. Ma altri importanti contributi egli diede
anche alla Statistica, alla Matematica Finanziaria e Attuariale, all’Economia,
all’Analisi Matematica, al Calcolo Automatico e alla Didattica della
Matematica, di cui fu un originalissimo e autorevole innovatore, proponendo
un proprio modello di apprendimento della matematica, basato su un
uso esteso del fusionismo di Klein. .
Fu socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, presidente della Mathesis
(Società Italiana di Scienze Fisiche e Matematiche), direttore dell’antico
e glorioso Periodico di Matematiche, principale animatore del Club
Matematico di Roma, membro dell’Istituto Internazionale di Statistica
su proposta di Neyman, Fellow dell’Institute of Mathematical Statistics,
socio degli Istituti attuariali francese e svizzero. Nel 1961, viene
eletto al primo scrutinio Fellow della Econometric Society, e qualche
anno più tardi Franco Modigliani, insignito del premio Nobel per l’economia,
cita de Finetti come altro meritevole assegnatario dello stesso Nobel.
Bruno de Finetti è autore di circa 290 pubblicazioni, molte delle
quali tradotte nelle lingue di vari paesi. È sorprendente notare che
circa i due terzi della sua produzione scientifica è concentrata nel
periodo dal 1926 al 1930, cioè dai 20 ai 24 anni, il che conferma
ancora una volta che la creatività matematica è in gran parte prerogativa
dell’età giovanile. Fra le sue opere è doveroso ricordare almeno:
Matematica logico-intuitiva (1944), La matematica per
le applicazioni economiche (1961, in collaborazione con F. Minisola),
Il saper vedere in matematica (1967), Teoria delle probabilità,
2 voll. (1970), Probabilità, induzione e statistica (1972),
La logica dell’incerto (1989) (raccolta postuma di precedenti
scritti), Filosofia della probabilità (opera postuma a cura
di A. Mura, 1995).
Bruno de Finetti, nella scia dei più grandi matematici, fu matematico
e filosofo in maniera unitaria e inscindibile. Il filosofo americano
Robert Nozick, a chi gli chiedeva quale pensatore italiano più l’avesse
influenzato, rispose senza esitazione: “Bruno de Finetti e Giambattista
Vico”; l’accostamento dimostra in maniera eloquente la grande
considerazione in cui il nostro è tenuto all’estero, e in special
modo negli Stati Uniti d’America, dove la sua opera è stata particolarmente
pubblicizzata dal matematico Leonard J. Savage.
Non v’è suo scritto, anche se di argomento strettamente matematico,
che non é intriso e pervaso di sottile speculazione filosofica e di
espliciti riferimenti interdisciplinari, tutto ciò nel rispetto di
quel “fusionismo” di cui tanto caldeggiò l’utilizzo nell’insegnamento
scolastico. Il suo stesso modo di esporre è un fulgido esempio di
fusionismo fra rigore logico-matematico sapientemente vigilato dall’intuizione,
stile letterario degno di uno scrittore, ironia e umorismo, polemica
accesa, ma sempre costruttiva e non mai rivolta contro i singoli individui,
che riteneva vittime di metodi e abitudini errati, fortemente radicati
nelle istituzioni, e fra queste in primis la Scuola. Ciò che più colpiva
nei suoi discorsi era il passaggio quasi immediato dal concreto all’astratto
e viceversa. Non faceva quasi mai asserzioni astratte che non fossero
precedute da numerosi esempi pratici, quando si rivolgeva ai giovani,
e viceversa, anche nelle discussioni più impegnate, pur discorrendo
per generalizzazioni, non veniva mai meno al suo stile inconfondibile
di fissare i discorsi astratti con esempi di varia natura, coerentemente
alla sua visione unitaria di concreto e astratto.
L’impegno sociale.
Fu sempre un attento e critico
osservatore dei fatti sociali, che analizzava con la purezza della
ragione dell’uomo di scienza, ponendo spesso in evidenza storture
e ingiustizie, sostenendo l’importanza della libertà individuale e
della democrazia, con posizioni molto vicine a quelle dei radicali
italiani. Nel 1970, infatti, divenne direttore responsabile del giornale
“Notizie radicali”. Proprio a causa di queste sue posizioni politiche,
per avere pubblicamente sostenuto il diritto degli obiettori di coscienza,
nel novembre 1977 fu clamorosamente incluso, assieme ad altre
89 persone, nel mandato di cattura spiccato dal giudice Alibrandi,
con l’accusa di “associazione a delinquere, attività sediziosa, istigazione
verso i militari a disobbedire alle leggi”. L’accademico dei Lincei
Bruno de Finetti, avvertito del mandato di cattura, fece sapere che
si sarebbe fatto arrestare a Roma in via della Lungara 10, sede dell’Accademia
Nazionale dei Lincei, alle ore 11, alla fine della seduta inaugurale
del nuovo anno accademico. E così fu: alla fine dell’adunanza fu arrestato
e, seguito da un folto corteo di radicali e giornalisti, fu condotto
nel carcere romano di Regina Coeli, che si trova proprio a poche centinaia
di metri dall’Accademia, e lì attese la revoca del provvedimento,
che si sapeva era già stata diramata. Il pomeriggio poté tornare a
casa. Il suo arresto durò soltanto qualche ora, fortunatamente per
lui, ma anche e soprattutto per l’Italia, che in caso contrario si
sarebbe macchiata del crimine gravissimo di lesione della libertà
di pensiero, colpendo, fra l’altro, “proprio lui, l’ultimo dei
giusti”, come affettuosamente osserva Massimo Piattelli Palmarini
[19]. Com’era nel suo stile, egli stesso, qualche
tempo dopo, nel 1979, in occasione di un congresso internazionale
a Parigi, accennò con garbato umorismo al pericolo che aveva corso
di finire nelle patrie galere.
Fu particolarmente sensibile ai problemi del futuro, partecipando
nel maggio 1968, assieme ad altri grandi esponenti della cultura italiana,
ad una celebre tavola rotonda sul futuro, organizzata dalla rivista
Civiltà delle macchine. [20] Nel
suo libro Crisi di utopia, crisi di miopia sostenne la necessità dell’utopia
come presupposto per l’impostazione della scienza economica, ritenendo
necessario un sistema economico accettabile socialmente.
Per questi suoi molteplici interessi, scientifici, filosofici e sociali,
per il coraggio dimostrato nel prendere posizioni spesso scomode,
in difesa di un profondo senso di giustizia e di verità, personalmente
ho sempre accostato Bruno de Finetti a Bertrand Russell, pur avendo
i due una concezione molto diversa della matematica.
Quale
matematica?

Bruno
de Finetti era un grande ammiratore di Luigi Pirandello. Nel 1937,
sulla rivista Quadrivio, e successivamente anche sul
giornale di Trento Il Brennero, pubblicò un articolo intitolato
Luigi Pirandello maestro di logica. Inoltre, di chiara ispirazione
ai pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autoreè il suo articolo
Tre personaggi della Matematica: i numeri e, i, π"
apparso su Le Scienze trad. italiana di Scientific American
n°39 , nov. 1971. La risposta che diede a chi gli chiedeva conferma
di tali origini del titolo del suo articolo rivela, in maniera molto
elegante e sottilmente polemica, la critica ch’egli oppose durante
tutta la vita, con irriducibile passione, alla “contraffazione
involontariamente umoristica, scostante, repellente” della matematica
negli ambienti scolastici e nella società: “E certamente - ammisi
- c’è una reminiscenza della magia pirandelliana di evocare i suoi
personaggi, essenziali, veri, reali, ma troppo veri per non essere
considerati da spettatori grossolani come fantocci, simboli, fantasmi.
Ed è forse per lo stesso motivo che molti non comprendono e non apprezzano
la matematica , e che molti non riescono a farla comprendere e farla
apprezzare. Forse non per inettitudine o cattiva volontà, ma per la
preoccupazione di farla apparire come una cosa più che seria, seriosa,
arcigna, superba (il che non è un gradino più alto della serietà,
ma la sua contraffazione involontariamente umoristica, scostante,
repellente)” [21].
Bruno de Finetti pur essendo
fortemente innovativo, spesso ben oltre la comune capacità di accettazione
dell’innovazione, era piuttosto scettico nei riguardi di certe “mode”
scientifiche, retaggio dell’ondata di formalismo dei primi anni del
secolo XX. Non è che volesse ignorare l’importanza di quella scuola
di pensiero; il fatto è che in lui si fondevano, in maniera equilibrata,
sane antiche concezioni della matematica (Archimede, Galileo) con
i potenti e fertili metodi della matematica moderna e, dovremmo dire,
addirittura post-moderna da lui stesso caldeggiati, limitatamente
però ad alcuni punti di vista. Era decisamente contro la matematica
pura, intesa come regno dell’astratto, avulso da qualunque riferimento
alla realtà: “...le esemplificazioni pratiche più semplici (ridotte
magari a cenni) devono precedere ogni teorizzazione per creare anzitutto
una motivazione, atta a predisporre all’accettazione di astrazioni
che appaiono giustificate, ed evitare così la reazione di rigetto
che la via opposta (dall’astratto al concreto, n. dell’A.) spesso
produce.” [22] Il suo era un punto di vista
tipicamente archimedeo [23], caratterizzato
da una sempre invocata “interdisciplinarietà” di cui esaltava la natura
“spuria”, in aperta polemica con il “purismo” sventolato dai matematici
puri come emblema di una pretesa quanto artificiosa nobiltà di pensiero.
Soltanto con il riferimento incrociato a concetti e risultati di altre
discipline, tipico dell’interdisciplinarietà o del “fusionismo”, si
può pensare in maniera veramente creativa e costruttiva. “Nel senso
più specifico, in cui fu introdotto da Felix Klein, il fusionismo
consiste nella fusione di geometria da una parte e di aritmetica,
analisi ecc, dall’altra; più in generale, si tratta di fondere in
modo unitario tutto ciò che si studia (anche interdisciplinarmente,
tra matematica e altre scienze...)” (cfr. nota 21). Ancora a proposito
del fusionismo, assai poco applicato nelle scuole superiori e invece
generalmente utilizzato in quelle elementari, così si esprimeva: “Nelle
scuole elementari e nella scuola media c’è fortunatamente una tendenza
meno ottusa, intesa a rendere spontaneo l’uso appropriato di tutti
gli strumenti conosciuti per esaminare qualunque tipo di questioni...”.
E ancora: “...per chiarirsi le idee su un problema qualunque, occorrerebbe
cercar di vedere quante più interpretazioni alternative di problemi
in altri campi rientrino nel medesimo schema.” (cfr. nota 21).
La concezione della matematica in de Finetti era quella di tutti i
grandi matematici del passato: non fine a se stessa, bensì finalizzata
all’interpretazione e alla comprensione dei fenomeni naturali, allargando
questi anche alla sfera dell’attività mentale dell’uomo. In tale ottica
egli ribalta la posizione dei “puristi” del pensiero matematico, ricollocando
in primo piano il momento creativo della scoperta matematica, che
è caratterizzato dall’intuizione e dall’attività del sub-conscio,
e ponendo in secondo piano la formalizzazione, come utile strumento
di sistemazione e contemplazione dell’opera matematica già compiuta
[24]: “La formalizzazione è indubbiamente
di grande e spesso indispensabile ausilio per un’opera di ricostruzione,
panoramica ma anche e soprattutto critica, come quella di Bourbaki.
È naturale che chi ne ha fatto uso traendone tanti frutti la apprezzi...
Si tratta però di deformazione professionale e di sopravvalutazione
se pretende che la prospettiva di chi ammira l’opera compiuta e se
ne serve debba essere la stessa dell’artigiano che l’ha costruita
e di coloro che vorranno e dovranno curarne la manutenzione o il completamento.
Per l’insegnamento occorre tener ben presente che la prospettiva dei
destinatari è quella di potenziali consumatori di matematica, che
dovremmo persuadere della possibilità e convenienza di farne uso nei
loro problemi quotidiani anziché ignorarla e ragionare coi piedi.”
[25]
In tale visione del pensiero matematico, analogo ribaltamento spetta
al “dimostrare” e al “congetturare”:
“...rivalutare gli aspetti più attivi, più creativi (ma anche,
e proprio per ciò, più avventurosi, fantasiosi, soggettivi) del nostro
modo di pensare. Il rigido e impeccabile ragionamento deduttivo non
può condurre a nessuna conclusione nuova, cioè non già implicitamente
contenuta nelle premesse.” E poi ancora: “E in genere, infatti,
il processo è opposto: si parte da delle congetture, ossia da affermazioni
che a qualcuno (o a molti) sembra debbano risultare vere come conseguenza
delle premesse accettate. Purtroppo, un falso pudore vieta di menzionare
la parte del processo della scoperta che si svolge più o meno nella
sfera dell’inconscio, o del subconscio, per esibire soltanto la dimostrazione
fossilizzata nella sua forma scheletrica di logica freddamente deduttiva
e formalistica.” (cfr. nota 22). Al congetturare, che è dunque
il vero momento creativo del matematico, si ricollega la probabilità,
che, mai come in tal caso, non può essere che soggettiva! Il matematico
intuisce una verità, di cui “poi” cerca con la dimostrazione e il
formalismo matematico una conferma, in maniera da trasformare il suo
punto di vista inizialmente soggettivo in oggettivo, nel senso di
renderlo coerente con le premesse, in modo che quella “sua verità”
possa diventare la “verità di tutti”.
Chi ha della matematica appresa nei banchi di scuola un pessimo ricordo,
troverà sollievo, forse, apprendendo che cosa de Finetti (e con lui,
in genere, i matematici) pensava del più inviso dei mali della matematica:
il rigore. “Il rigore è indubbiamente necessario, ma la mania del
rigore è spesso controproducente. Una dimostrazione ineccepibilmente
logica, valida sotto condizioni estremamente generali, è in genere
complicata e priva di prospettiva, nascondendo il concetto intuitivo
essenziale nella foresta di minuzie occorrenti solo per includere
o casi marginali o estensioni smisurate.” (cfr. nota 22).
La didattica.
L’impegno di Bruno de
Finetti nella didattica fu notevole. Fu il più coraggioso e autorevole
delatore delle inadeguatezze dei metodi e contenuti dell’insegnamento
scolastico della matematica. Le sue denunce contro la situazione di
tale insegnamento nel nostro Paese, peraltro non sterili e fini a
se stesse, ma sempre supportate da rimedi esposti in sue proposte
chiare e concrete [26], furono veramente numerose,
incisive e incalzanti. Fra queste, certamente la più eclatante, sia
per le conseguenze positive che ebbe sia per la forma volutamente
acerba e provocatoria, quasi scandalistica, ma anche esilarante, fu
quella vera e propria crociata che nel 1965 de Finetti condusse in
prima persona, attraverso la stampa, contro il pluridecennale perpetuarsi
di un uso discutibile ed esasperato di un metodo di soluzione dei
problemi di matematica nei licei scientifici, noto come “metodo di
Tartinville”:
“...la prova scritta di matematica per il Liceo scientifico costituisce
un caso a sé sotto due punti di vista: primo, perché si tratta di
un esempio insuperabilmente patologico di aberrazione intesa a favorire
l’incretinimento sistematico e totale dei giovani; ...Da tempo immemorabile
(almeno da decenni) avviene precisamente che questa famigerata prova
scritta ripeta con qualche variante sempre lo stesso problema stereotipato
(equazione di 2° grado, o trinomia, con un parametro: da ciò il termine
di <trinomite> per indicare l’eccessiva insistenza su questo
solo particolare argomento): problema che ha soprattutto la disgrazia
di poter essere ridotto a uno schema macchinale, formale, pedestre,
che va sotto il nome di un certo Tartinville. Per mio conto appresi
purtroppo in ritardo a conoscere e detestare Trinomite e Tartinvillite:
non avevo preso sul serio le informazioni negative ma espressemi in
forma generica da qualche collega circa la matematica del Liceo scientifico
al momento della scelta per mia figlia: pensavo fossero dettate dai
soliti pregiudizi in favore degli studi classici. Ma dopo qualche
anno, sempre più allarmato e sbalordito dal pedestre livello di scimunitaggini
cui venivano degradati i begli argomenti di cui nel programma figuravano
i nomi, chiesi a un mio assistente se sapeva spiegarmi tale fenomeno.
Ne ebbi le stesse sopra riferite notizie della relazione Manara. La
cosa era pressoché notoria; io solo ero stato tanto ingenuo da non
immaginare neppure che la Scuola, in gara coi sofisticatori di olio
d’oliva, potesse ammannirci, gabellandolo per genuino nutrimento matematico,
l’asino Tartinville nella bottiglia!” [27]
Bruno de Finetti, al pari di Polya, nell’introdurre una nuova
teoria matematica, predicava l’utilità, tanto utile da divenire “necessaria”,
dell’insegnamento “problematico”, vale a dire dell’insegnamento basato
sulla presentazione di problemi concreti, e possibilmente “apparentemente”
più diversi fra loro, in modo da far librare il discente dal concreto
all’astratto nel modo più naturale e “storicamente” vero. In tale
spirito, anche ai fini di una più intuitiva comprensione, era da lui
ben accettato il sacrificio di una parte del famigerato rigore matematico,
al quale si dovrebbe arrivare soltanto dopo una già sicura acquisizione
dei concetti, come naturale esigenza d’inquadramento logico di quei
concetti, che all’inizio del processo di apprendimento, invece, sarebbe
oltremodo sterile e dannoso. La cosiddetta “matematica da fisico”,
come viene spesso indicata la matematica nella forma più concettuale
in cui normalmente è utilizzata dai fisici (e ancor più dagli ingegneri),
non solo quindi non scandalizzava de Finetti, ma anzi lo trovava pienamente
d’accordo e contrariato, semmai, dal constatarne una diversa concezione:
“Ma cosa apprendevo di per me nuovo - mi si chiederà - e quali cose
potevano costituire rivelazioni, e addirittura raccapriccianti, se
ho da sempre, e forse anche troppo ripetendomi, deprecato e stigmatizzato
molte manchevolezze e storture? Già: forse nulla... salvo che molti
interessanti esempi di cose presentate intelligentemente, e che invece
(pare) nelle scuole si insegnano appiattite o non si toccano affatto,
mi ha fatto percepire le pur risapute manchevolezze come un unico
immenso incubo, che lì per lì mi ha suggerito la denominazione del
titolo: Matematica per Deficienti. E devo subito dare delle spiegazioni
perché nessuno pensi che ciò costituisca un’offesa diretta a lui o
ad altri: non si tratta di applicare la qualifica di deficienti ad
insegnanti o a studenti che insegnano o che imparano in un certo modo:
è questo modo che sembra imporre come norma di insegnare e imparare
in forme adatte per deficienti...” [28]
Il Club Matematico di Roma
I miei studi d’ingegneria, purtroppo,
non mi hanno dato l’occasione di avere come professore de Finetti
nel corso dei miei studi universitari. Tuttavia, ancor prima, ai tempi
del liceo, ebbi la fortunata opportunità di conoscerlo personalmente.
Ero all’ultimo anno del Liceo Scientifico, e facevo parte della sezione
pilota in matematica del mio liceo, il “Cavour” di Roma, in cui, allora,
si sperimentavano i futuri programmi di matematica “moderna”, che,
parzialmente, furono introdotti nell’ordinamento scolastico diversi
anni più tardi. Essendo, un po’ per vocazione, un po’ per educazione
familiare, un “innamorato” della matematica, quasi tutti i venerdì,
all’Istituto Matematico Guido Castelnuovo dell’Università La Sapienza
di Roma, frequentavo il Club Matematico, istituito dal professor Giandomenico
Majone nel 1964 su ispirazione di una sua precedente esperienza all’università
di Berkeley. La sede era veramente storica: aule austere, dove avevano
insegnato eminenti matematici, quali Guido Castelnuovo, Federigo Enriques,
Francesco Severi, Mauro Picone ed altri ancora. Ma anche ai tempi
del Club Matematico quelle aule erano frequentate da grandi nomi della
matematica italiana: Lucio Lombardo Radice, Attilio Frajese e Bruno
de Finetti. Ospiti di quegli indimenticabili incontri settimanali
erano altri illustri matematici e filosofi della scienza: oltre i
già ricordati Lombardo Radice e Frajese, anche Luigi Campedelli, Corrado
Mangione, Ludovico Geymonat, Giuseppe Vaccaro ed altri ancora. Insomma,
per un giovane come me, cresciuto nel culto della scienza e della
cultura, quella era un’occasione oltremodo stimolante per venire a
contatto con protagonisti di primo piano del mondo scientifico italiano
e internazionale. Di ognuno di essi, tutt’oggi, ricordo qualcosa di
caratteristico: di Campedelli i suoi interessi letterari (sul comodino
teneva in permanenza l’Orlando Furioso che pare leggesse ogni sera
prima di addormentarsi), di Frajese lo sguardo penetrante e benevolo,
nonché la sua cultura matematico-storica sorretta da una altrettanto
grande cultura umanistica, di Vaccaro l’incisività unita alla forza
comunicativa e alla grande vivacità siciliana, di Geymonat la paradossale
difficoltà a parlare (ogni parola, nessuna fuori posto, beninteso,
sembrava opera di un parto), di Lombardo Radice il fascino dell’intellettuale
entro il corpo di un corazziere. Ma uno sopra tutti suscitava in me
le più grandi emozioni: Bruno de Finetti, autorevolissimo e instancabile
organizzatore di quei seminari. Già il nome, con quel “de”, con la
“d” minuscola, incuteva un rispetto “nobiliare”, con allusiva reminiscenza
del nome di grandi matematici del passato: Pierre de Fermat , Pierre
Simon de Laplace, Gilles Persone de Roberval,… Insomma, già nel nome
si avvertiva il destino storico del personaggio. E poi, ne avevo sentito
parlare, con riverenza, come del più grande matematico italiano vivente.
E così, quando, per la prima volta, nell’aula austera e poco popolata
dell’istituto Castelnuovo entrò quell’uomo claudicante
[29] , ma eretto nella sua persona fisica quanto lo era nella
sua grande statura morale e intellettuale, vestito di grigio, col
pullover a “v” sotto la giacca, le penne a biro che fuoriuscivano
dal taschino, la fronte ampia e aperta, gli occhi luccicanti e chiusi
in fessure acute che ti penetravano da parte a parte, l’emozione che
subito provai fu quella di trovarmi davanti un “grande”, uno di quelli
che la storia ricorderà per sempre. E quella mia impressione è stata
avvalorata dai fatti che, molti anni dopo, hanno visto l’affermazione
lenta, ma crescente, della sua opera in tutto il mondo scientifico
internazionale. Quando parlava Bruno de Finetti, il silenzio era assoluto
e la tensione dell’attenzione dell’uditorio era ai massimi livelli,
e ciò per vari motivi: l’autorevolezza del personaggio, il suo parlare
pacato, a voce bassissima, quasi esile, sapientemente modulato sulle
parole chiave del discorso, quel suo interrogare senza interrogare
di fatto, proponendo a tutti noi giovani quesiti “strani”, di contenuto
originale e provocatorio per le nostre menti assopite nel convenzionalismo
della cultura scolastica. La soluzione dei suoi famosi quesiti arrivava
soltanto alla fine di quegli incontri, dopo aver raccolto tutte le
nostre risposte, che egli analizzava, commentava e classificava criticamente,
quasi da statistico. La soluzione era sempre un po’ sconcertante,
perché inaspettatamente semplice, ma per noi irraggiungibile, malgrado
i nostri sforzi.
Una volta era ospite Giuseppe Vaccaro, che doveva parlarci del modo
di creare nuove geometrie. Dopo la sua presentazione, de Finetti si
sedette accanto a me nei banchi degli studenti, con l’umiltà di un
uomo qualunque, anzi quasi di uno studente come noi. Naturalmente,
la mia emozione era grandissima, perché sapevo bene chi in realtà
era colui che si era seduto accanto a me. Quella figura di matematico,
così severa, ma altrettanto ricca di semplicità, di onestà, di umanità,
di autentica umiltà, di straordinario equilibrio fra teoria e senso
della realtà, fra rigore logico e intuizione, capace all’occorrenza
di scagliare senza pietà strali infuocati di purissima passione intellettuale
per la verità contro l’ignoranza e il bieco conservatorismo culturale
e “burofrenico” o “burosadico”, com’egli amava dire,
mi è rimasta nel cuore e nella mente per sempre e mi ha ispirato e
sorretto in molti momenti della mia crescita interiore e culturale.
I geni non servono soltanto per riempire delle loro mirabili scoperte
i dotti libri del sapere umano, ma anche e soprattutto per formare
le coscienze di uomini migliori. Ed è per questo che è importante
incontrarli, dal vivo o anche soltanto attraverso le loro opere. Bruno
de Finetti era uno di loro.
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Note:
1
L’insegnamento del Calcolo della Probabilità a livello universitario
è relativamente recente, iniziando circa centocinquanta anni fa.
2 Si può obiettare che anche
gli antichi praticavano giochi d’azzardo; come mai a nessun matematico
dell’antichità è venuto in mente di formulare una teoria matematica
della probabilità? Una possibile risposta è che tali giochi erano
effettuati con strumenti, gli “astragali” (figura 2), che avevano
forme talmente diverse tra loro, da non permettere l’osservazione
di nessuna tendenza o presunta “regolarità” nei risultati ottenibili
con i lanci.
3
Formulata nel 1812 dal matematico francese Pierre Simon de Laplace
(Théorie analytique des probabilités).
4
Si esclude il caso, che in realtà potrebbe verificarsi, che la moneta
cada di taglio, senza presentare quindi nè testa nè croce.
5
Da non confondersi con il Principio di Ragion Sufficiente di Leibnitz,
secondo il quale “nulla accade senza che vi sia ragione perché accada
proprio così invece che altrimenti”
6
Proposta da Richard von Mises e Hans Reichenbach agli inizi del secolo
XX.
7 Il primo a esporre una
teoria assiomatica coerente e sistematica della probabilità è stato
il matematico russo Andrei Nicolaieviè Kolmogorov nel 1933, con la
sua monografia “Grundebegriffe der Wahrscheinlichkeitrechnung” (Fondamenti
del calcolo delle probabilità), soddisfacendo in parte le richieste
di David Hilbert di dare una fondazione assiomatica alla teoria della
probabilità.
8 La natura del presente scritto
non consente di approfondire la discussione sul significato di aleatorio
o casuale; il significato qui dato è il più comune ma anche il più
“debole” rispetto ad altre possibili accezioni del termine.
9
Cioè una funzione definita non su un insieme numerico bensì su un
insieme di insiemi
10“Non
numerabile” significa che non può essere posto in corrispondenza biunivoca
con l’insieme dei numeri naturali 1,2,3,... Un’infinità numerabile
si dice discreta mentre una infinità non numerabile si dice continua
perché è costituita da una distribuzione continua di infiniti elementi
(per esempio i punti di un segmento).
11
Anche il logico inglese Frank Ramsey (The foundations of mathematics
and other logical essays, 1931) giunse, indipendentemente da de Finetti,
ad una concezione soggettivista della probabilità.
12 B. de Finetti, Interventi
al Convegno della C.I.I.M., Viareggio, 24-26 ottobre 1974.
13 B. de Finetti “Un matematico
e l’economia” , Franco Angeli, Milano 1969 p. 94
14
Dalla voce probabilità scritta da B. de Finetti per l’Enciclopedia
Einaudi.
15 B. de Finetti “Probabilismo,
saggio critico sulla teoria delle probabilità e sul valore della scienza »,
Libreria Editrice Francesco Perrella S.A. 1930.
16 Le notizie biografiche
qui riportate sono tratte essenzialmente da: Fulvia de Finetti – “Alcune
lettere giovanili di B. de Finetti alla madre”, in “Nuncius, annali
di storia della scienza”, anno XV, 2000, fasc. 2, Istituto e Museo
di Storia della Scienza, Firenze; e da Luciano Daboni - “Necrologio
di Bruno de Finetti” in “Bollettino della Unione Matematica Italiana”,
S. VII, vol. I-A (1 987), n. 2, pp. 283-308.
17 La decisione di abbandonare
gli studi d’Ingegneria e dedicarsi alla Matematica fu particolarmente
sofferta dal giovane Bruno, poiché ben sapeva che essa avrebbe addolorato
la madre, che vedeva nella futura professione d’ingegnere del figlio
non soltanto il confermarsi di una tradizione familiare ma anche una
sicurezza economica e sociale.
18 Molti anni più tardi
quelle ricerche giovanili sono state riprese, servendosi anche dei
nuovi strumenti informatici, dal de Finetti in collaborazione con
Carla Rossi: “Diffusione di caratteri mendeliani in relazione a fattori
variabili”, Atti dei Convegni Lincei, 14, Accademia Nazionale de Lincei,
Roma, 29-43, 1976;
19 M. Piattelli Palmarini
Scienza come Cultura, capitolo “Galleria dei filosofi”, Mondadori–D’Agostini,
Milano 1995.
20 Tavola rotonda sul
futuro in Civiltà delle Macchine n°3 maggio-giugno 1968.
21 B. de Finetti, Contro
la matematica per deficienti. In “Periodico di matematiche”, n°1-2
maggio 1974, Zanichelli, Bologna
22 B. de Finetti, Interventi
al Convegno della C.I.I.M., Viareggio 24-25 ottobre 1974.
23 Pur essendo un grande teorico,
Archimede sapeva magistralmente coniugare teoria ed esperienza. Può
essere considerato come un grande precursore della moderna interdisciplinarietà,
poiché affrontava e risolveva i problemi matematici ponendosi in punti
di vista diversi, non matematici; in particolare, per le sue scoperte
matematiche, si serviva di concetti e metodi meccanici e fisici, come
egli stesso dichiara a Eratostene nella sua opera Il Metodo: “Son
persuaso, del resto, che questo metodo sarà non meno utile anche per
la dimostrazione degli stessi teoremi. Infatti, anche a me alcune
cose si manifestarono prima per via meccanica, e poi le dimostrai
geometricamente.”
24 La distinzione fra i due
“momenti” della ricerca scientifica in generale, e matematica in particolare,
cioè quello dell’intuizione, creativo e fluido, e quello della dimostrazione,
cristallizzazione logica del primo, si trova molto chiaramente espressa
nell’opera di Attilio Frajese, Galileo Matematico, Editrice Studium,
Roma, 1964, cap. I.
25 B. de Finetti, Lettere alla
Direzione in “Periodico di Matematiche”, n° 4 ottobre 1965, Zanichelli
editore Bologna.
26 B. de Finetti, Programmi
e criteri per l’insegnamento della matematica alla luce delle diverse
esigenze, in “Periodico di matematiche”, aprile 1965, Zanichelli,
Bologna; e poi ancora Le proposte per la matematica nei nuovi licei:
informazioni, commenti critici, suggerimenti, in “Periodico di matematiche”,
aprile1967, Zanichelli, Bologna
27 B. de Finetti, Come liberare
l’Italia dal morbo della trinomite?, in “Periodico di Matematiche”,
n° 4 ottobre 1965, Zanichelli, Bologna.
28 B. de Finetti Contro
la matematica per deficienti. Op. citata.
29 Bruno de Finetti, purtroppo,
all’età di 13 anni rimase vittima di una osteomielite acuta alla gamba
sinistra, per la quale dovette subire l’asportazione della testa del
femore che accorciò di ben 7 cm la gamba.